martedì 10 marzo 2009

ripensamenti

L'avevo promesso e lo faccio.
Non perchè a Voi affezionato, ma per necessità; stasera come la altre: sempre al solito posto di musica e parole.
Dietro al bancone c'è sempre educazione e sincerità, alla fine del corridoio... la delusione.
La delusione di qualcuno che ha ingannato le apparenze: perchè il baffo - alla fin dei conti - nasconde comunque le labbra, e se qualcosa si nasconde è perchè si ha vergona di raccontarla.
Le labbra di chi ha urlato senza motivo perchè non ha capito o ha fatto finta: perchè - in ogni caso - sue le luci , sue bocche che ridono oltre il bancone.
Cambio persona.
Non aveva senso l'esempio dei Dottori neri che altrove cercano riconoscenza, perchè lo hai fatto anche tu trentanni addietro, e ora ti fai forte dietro un falso sorriso di chi ti paga un negroncello. Non è da tutti riconoscere il prossimo: la sua paura, la sua timidezza; ed è per questo che - comunque - è sempre meglio tacere.
Avrei potuto rispondere, ma non l'ho fatto: aveva ragione Piero, e ora come ora toglierei le parentesi da quella dedica.
Notte.



lunedì 9 marzo 2009

eccoci

Ok...ok! Ho deciso che riprendo!
Forse proprio questa notte.

giovedì 31 luglio 2008

chi non muore...

Credevate fossi scomparso dalla faccia della terra, vero??
L'ho pensato anche io per qualche tempo, poi ho deciso di fare ritorno per non scatenare il panico generle tra i miei affezionatissimi inesistenti lettori.
Quello che è successo in questi mesi sarà oggetto di uin'attenta analisi nei prossimi (?) post; cominciando da un resoconoto non esaustivo e abbastanza fantastico dei giorni andalusi: tori, chitarre e bocadillos bagnati da tanta cruzacampo.

giovedì 22 maggio 2008

il meglio di

Costruire un palinsesto che regga in seconda serata richiede impegno: bisogna scegliere i programmi da proporre al telespettatore, incastrarli in modo da favorire l'effetto trainante dall'uno all'altro, fare contro-programmazione nei confronti della principale rete avversaria.
Fino a l'altro giorno una sorta di tacito accordo tra RAI e Mediaset permetteva il raggiungimento di una condizione di pareto-efficienza: la Signora Franzoni - e le spiacevoli vicende che a questa si legavano - consegnavano ampio materiale nelle mani delle redazioni dei due principali programmi di approfondimento giornalistico.
Se da una parte si parlava dell'accusa dall'altra c'era la difesa, se in uno studio c'era il plastico dell'appartamento nell'altro le foto dei RIS in esclusiva; insomma ognuno si sprativa equamente fatti, misfatti e audience, con un leggero calo - a onor del vero - della pressione mediatica nelle ultime fasi di questo terzo grado.
Cosa succederà ora che pare sia tutto finito?
Forse una puntata - a testa - farà il riepilogo degli avvnimenti: un "il meglio di" che solitamente chiude le edizioni annuali di fortunate trasmissioni televisive.
Ancora qualche voce tuonerà stridente circa la drammaticità di un "porcesso mediatico" che ha finito per nascondere quello fatto nelle aule di tribunale; poi calerà il silenzio e tutto tornerà come prima.
Nuovi palinsesti da fare, nuove storie da raccontare.

lunedì 5 maggio 2008

GB

Non avevo ancora visto questo filmato in cui GB canta "Je me suis fait tout petit", lo condivido con voi.



Je n'avais jamais ôté mon chapeau
Devant personne
Maintenant je rampe et je fait le beau
Quand ell' me sonne

J'étais chien méchant, ell' me fait manger
Dans sa menotte
J'avais des dents d'loup, je les ai changées
Pour des quenottes

Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui ferm' les yeux quand on la couche
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui fait Maman quand on la touche

J'était dur à cuire, ell' m'a converti
La fine bouche
Et je suis tombé tout chaud, tout rôti
Contre sa bouche
Qui a des dents de lait quand elle sourit
Quand elle chante
Et des dents de loup quand elle est furie
Qu'elle est méchante

Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui ferm' les yeux quand on la couche
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui fait Maman quand on la touche

Je subis sa loi, je file tout doux
Sous son empire
Bien qu'ell' soit jalouse au-delà de tout
Et même pire
Un' jolie pervenche qui m'avait paru
Plus jolie qu'elle
Un' jolie pervenche un jour en mourut
A coup d'ombrelle

Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui ferm' les yeux quand on la couche
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui fait Maman quand on la touche

Tous les somnambules, tous les mages m'ont
Dit sans malice
Qu'en ses bras en croix, je subirais mon
Dernier supplice
Il en est de pir's il en est d'meilleures
Mais à tout prendre
Qu'on se pende ici, qu'on se pende ailleurs
S'il faut se pendre

Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui ferm' les yeux quand on la couche
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui fait Maman quand on la touche


Notte

sabato 3 maggio 2008

avanti il prossimo

Preferisco a quello vero, l'imitazione che ne fa Fabio De Luigi: non per cattiveria nei confronti dell'originale, semplicemente per eccesso di simpatia verso il comico romagnolo.
Ciò non impedisce di sentirmi vicino - almeno in questa occasione - al leghista prima uomo e poi politico. Se ti sfotte un romgnolo ci può stare, se ci si mette il figlio del comandante al massimo sbuffi di impazienza; se si aggiunge anche l'intera lega araba allora inizano a girarti i suddetti.
Aspetto con ansia un nuovo video del barbuto sunnita (il cui nome in arabo è أسامة بن محمد بن عوض بن لادن ) che denuncia - anche lui - una crisi dei rapporti con l'Italia nel caso in cui dovesse succedere l'irreparabile.
E pensare che Silvio credeva di aver accontentato prorpio tutti!


l'ultimo viaggio

Sul finire del mese scorso - il 29 aprile - è scompaso un genitore con un bambino difficile.
Il 19 aprile 1943 quest'uomo - Albert Hofmann - consumò deliberatamente 250 µg di LSD prima di tornare a casa in bicicletta (la prima volta si era trattato di un lucky accident). Forse fu quella passeggiata in bicicletta il primo trip a scopi scientifici della storia: partì cosi la sperimentazione sugli effetti psicoattivi dell'acido lisergico, sintetizzato cinque anni prima sempre dallo stesso Hofmann.
Dopo sarebbe inevitabilmente tutto cambiato:
nuovi colori, nuovi oggetti, nuovi suoni; e tanta voglia di viaggiare da soli o in compagnia.




venerdì 2 maggio 2008

mayday

Cammino controsenso, e mi lascio superare da tutti: carri, persone e cose. Mi fermo - di tanto in tanto - per mettere a fuoco le facce che guardano altrove, per catturare l'immagine di una folla gonfia di vita.
Quanta gente in questa via di negozi e palazzi invecchiati: alcuni passeggiano, altri ballano, pochi guardano indispettiti; è un paesaggio di volti e bandiere che si mescolano ad ogni singolo soffio di vento. Tutti in strada a rendere omaggio al lavoro che ci nobilita, sotto un sole benevolo che riscalda i corpi accalcati dietro i carri sonori.
Sono bassi che si liberano nell'aria e suoni che coprono le voci metalliche di quanti aizzano la folla attravero un megafono. A quelli che ballano poco importa, c'è altro da fare: c'è la musica da sentire e le braccia da muovere, c'è l'amico da sorreggere e la fidanzata da baciare, c'è il cane che scappa e la cartina da leccare.
Ci sono anche i bambini sui carri addobbati a festa, loro che giocano vicino alle casse che tremano non pensano che la festa è di quelli che lavorano, ed è giusto così, perchè per loro c'è tempo.
Nel mentre continua il Dj a mettere musica, perchè non c'è cerimonia che si rispetti senza accompagnameto musicale: ogni carro ha il suo predicatore, ogni predicatore la sua chiesa di fedeli che rispondonde alzando le mani.
Chissà se San Precario guarda dall'alto dei cielo questa massa di devoti che invoca il suo aiuto con balli tribali, o se si gode anche lui un meritato giorno di riposo dopo un anno di fatiche sotto padrone.

photo: Valentino Scatigna

martedì 29 aprile 2008

appunti brevi

Nulla di fatto, si riparte da zero; forse qualcosa in meno addirittura.
Come al solito è iniziato il balletto delle accuse reciproche tra chi lo prevedeva, chi avvertiva, chi sospettava; ma l'italia è anche questo: un paese di ditrologia spicciola, o molto più probabilmente è l'amaro in bocca che fa parlare più di prima.
Di fatto c'è solo un'altra sconfitta che potrebbe sembrare meno dolorososa se non fosse che questa era l'ultima chance concessa: la possibilità di mostrare che si poteva fare.
Appunto, si poteva.

domenica 27 aprile 2008

osservo e scrivo

Aspettando un autobus che avrebbe dovuto riportarmi sulla retta via dopo una nottata movimentata, mi son fermato involontariamente ad osservare due anziani signori che chiacchieravano poco distanti da me; niente di particolare: amici di vecchia data che si rivedevano per caso fortuito a distanza di molto tempo.
Mi ha sempre colpito l'espressione pacifica che si disegna sui volti scavati dalle rughe, quei movimenti tranquilli del corpo dovuti a un modo di essere più che agli acciacchi del tempo che passa.
Nel frattempo i minuti si susseguono, le parole dei due amici pure: son siorrisi che si scambiano e mani che si accarezzano.
In lontanaza si intravede - minuacola - la sagoma arancione dell'autobus che ci avrebbe raccolto spalancando le tre bocche scorrevoli, non manca tantissimo al suo arrivo, già inizia a rallentare e ci fa l'occhiolino con quella luce che si accende sul lato: è giunto il momento dei saluti finali, della promessa di rivedersi ancora, chissà quando.
Li osservo, e mi fa sorridere di piacere un piccolo gesto che non vedevo da tempo: lei tende la mano verso l'amico ritrovato, lui - con la normalità di un'educazione d'altri tempi - si toglie il cappello spigato e lo porta al petto facendo un accenno di inchino.
Le mani si stringono, il cappello torna al suo posto e le porte dell'autobus si chiudono.
Penso compiaciuto: "Qualcosa resiste ancora".

Scritto dopo: sento che il sonno mi sta chiamando, resisrterò ancora per poco. Rimando a domani il racconto dei due amanti bugiardi, anche loro con un pò d'argento fra i capelli.

sabato 26 aprile 2008

chi fa da sè fa per tre

Ho fatto un pò di zapping in TV giusto per tenere allenata la mente, cosi da non scordare come funziona l'arnese che parla da solo.
Non seguendo tantissimo quello che dice - soprattutto negli ultimi tempi - non riesco a riconoscere i volti noti che di giorno in giorno si affacciano sul palcoscenico dela vita mediatica: mi sembra di riconoscere qualcuno, ma non ne sono poi tanto sicuro; quindi procedo con fare sospetto tra i canali statali, come tra quelli governativi.
Non sono poi cosi diversi, come si vuole far credere: fanno parte dello stesso sistema chiuso, un sistema che si genera da sè e ricicla qualunque cosa possa essre riutilizzato almeno una seconda volta.
La macchina catodica segue le stesse regole dell'economia reale: minimizzare i costi di produzione, aumentando i volumi di vendita.
Capità cosi che gli opinionisti di turno, abbiamo prima vissuto per qualche tempo in una casa chiusa spiati da tutti, o abbiano fatto finta di pulire le stalle in fattoire con i riflettori sopra il pollaio. Passando di poltrona in poltrona, acquistano la legittimazione di cui hanno bisnogno per giustificare la loro presenza nel panorama televisivo: più parlano più contano, più contano più vendono.
Semplice no??


photo: Piet Mondrian, Tavola I,
composizione con rosso, nero, blu e giallo, 1921.
Gemeentemuseum Den Haag, L'Aia

giovedì 24 aprile 2008

vi spiego...

Dopo aver finito di pubblicare la storiella del nostro amico bibliotecario senza arte ne parte, spendo un po di tempo per rispondere ad una domanda che - più e più volte - mi è stata fatta da alcuni affezionati lettori (?!?).
Eccola: "ma chi sono i tipi sulla testata dell'homepage?"
A dire il vero un paio dovrebbero già essere noti alle cronache, l'altro magari meno.

Detto ciò, riporto una massima che mio babbo mi ripete di tanto in tanto, e che fa grosso modo cosi: "chiedere è lecito, rispondere è cortesia"; sulla scia dell'insegnamento pedagogico vi propongo un breve identikit per ognuno dei tre personaggi che fanno capolino vicino al titolo del blog.
All'estrema destra, per chi come voi guarda il monitor, c'è il faccione in bianco e nero di Henry Charles Bukowski Jr. (detto Hank) (Andernach, 16 agosto 1920 – San Pedro, 9 marzo 1994). Per ua breve nota bibliografica, approfittando di Wikipedia, vi consiglio di leggere
qui. Vi consiglio peraltro di leggere tutto quello che vi capita fra le mani del vecchio porco (so benissimo che non si offenderà per questo), sempre che vi piaccia il genere di chi ama grattarsi le ascelle (anche questo non credo che lo imbarazzerà).
Ho riletto da poco "HOLLYWOOD, HOLLYWOOD!", e come la prima volta ne è valsa la pena.
Al centro, nascosta da una lambretta grigia e qualcos'altro di non meglio identificato, c'è la faccia incazzata di Spider Jerusalem, personaggio protagonista di un'imperdibile storia a fumetti con i testi di Warren Ellis e i disegni Darick Robertson.
Anche in questo caso il sonno mi porta a delegare ad altri un dovuto approfondimento in materia, e troverete quanto vi serve esattamente
qui e qui.
The last but not the list (per voi che l'inglese lo conscete a menadito) c'è una minuscola Valentina, affascinante creatura (non si potrebbe definire altrimenti) di Guido Crepax, al secolo Guido Crepas (Milano, 15 luglio 1933 –Milano, 31 luglioo 2003). Anche in questo caso leggete qui.
Spontanea la domanda: "Perchè proprio quei tre?", ma questa è un'altra storia.

Notte

mercoledì 23 aprile 2008

finalmente cinque

Quando sono in quel posto - soffocato dagli sguardi veloci degli altri clienti - non mi piace stare tra la calca se non per dieci minuti al massimo: dopo una certa ora quel buco si riempie come fosse l’unico locale della città.
Ce ne son tanti altri, più colorati, più grandi, probabilmente con un miglior assortimento di liquidi e clienti, e sicuramnete saranno strabordandi di umani anche quelli; ma qui - in questo rettangolo di faccie consumate - sembra che tutti vogliano passarci se pure per qualche secondo.

Preferisco allora stare sui gradini appena fuori l’entrata ad osservare chi passa per la strada; mi piace immaginare chi sono tutte quelle persone anonime, immaginare dove stanno andando e perché.
Inizio a fantasticare sulla vita di quella gente - mentre bevo il liquore al mirto che ondeggia nel bicchiere opaco - costruendogli attorno una storia di cui solo io conosco principio e fine: quasi mi sostituisco a loro, come se fossi io a ridere e fare battute in compagnia. Non appena scompaiono dalla mia visuale perchè troppo lontani cerco un altro gruppo, qualcun’antro con l’aria felice che parla con voce alta e tono spensierato: vorrei derubarli della loro voglia di esserci, fare mia la loro vita mentre do fuoco all’ennesima sigaretta.
Dopo l’ultimo sorso mi faccio spazio tra la gente che affolla il bar e vado a saldare il conto.

Sono rientrato a casa verso le 2.00, mi sono buttato sul letto con ancora indosso gli abiti con cui sono andato a lavoro, forse ho bevuto troppo, ma non sto male, solo la testa sembra essere più leggera del solito. Infondo è una sensazione piacevole che tiene compagnia in una casa praticamente vuota su cui è calato il buio. Non riesco ad addormentarmi subito, cosi la mia mente continua a viaggiare passando in rassegna tutti quei volti che ho visto in strada: dove saranno in questo momento? Sento ancora le loro voci spavalde dalla finestra.
Che voglia di vivere.


Fine

venerdì 28 marzo 2008

privato mezzo avvocato (dicono...)

Solo poche righe.
Volevo dire a voi tutti che finalmente ho passato l'esame di Privato, essendo così pronto a sostituire Adolfo Celi nella parte del giudice (lascio a voi capire quale sia il film).
Sicuramente non vi cambierà la vita, ma volevo condividere la gioia con qualcuno.

sabato 22 marzo 2008

natale con i tuoi, pasqua pure

Fra meno di 2 ore, i miei genitori saranno all'areoporto di Linate.
Vado a dare loro il benvenuto, ancora indeciso se portare o meno un cartello con la scritta welcome.
Nel mentre Vi auguro di passare una buona giornata.
A presto.

venerdì 21 marzo 2008

giurin giuretto

Che bella la campagna elettorale: mi mancava!!
Attendevo con ansia un secondo "contratto con gli italiani", speravo che si ripetesse in qualche modo la performance del salvatore in doppio petto.
Tutte le condizioni c'erano già da tempo: un problema senza soluzione, i tentativi vani, le richieste di aiuto.
Mancava solo il suo arrivo, sempre e comunque in grande stile
E allora eccolo su tutti i giornali:

Il Cavaliere ribadisce la sua posizione: "O si fa Alitalia o si muore. Non è vero che Intesa non è disponibile". Veltroni: "Il problema della compagnia resti fuori dalla campagna elettorale. Se c'è un Gruppo, venga allo scoperto". La compagnia francese: "Non si può aspettare uno o due mesi"
(la Repubblica)

Alitalia, Berlusconi insiste «M'impegno io, si fa»
Il leader Pdl garantisce il varo di un'alternativa alla vendita ad Air France.
(Corriere della Sera)

Alitaia, il pressing di Berlusconi
Il Cavaliere insiste"Mi impegnerò io"La Moratti preme:salvare Malpensa
(La Stampa)

Questa volta il nostro Superman ha fatto tanto di giurin giuretto, e spera - come in ogni storia di super eroi che si rispetti - che una folla festante pai al 51 % di quella votante, lo ripaghi per la sua generosità.
Qualora non dovesse succedere, non importa, tanto quando si fa del bene si che come va a finire.

martedì 18 marzo 2008

incontri ravvicinati di qualche tipo

Quando inizia a piovere, è necessario avere un ombrello.
Se la pioggia si fa pesante, è meglio non indossare dei mocassini di pelle scamosciata, di color blue notte/profondo/ elettrico.
Niente da obiettare per il colore dei suddetti, perchè di belli eran belli; solo che risultavano un tantino inadatti per affrontere una specie di temporale estivo caduto dal cielo senza preavviso.
Se a un certo punto, l'acqua che precipita diventa troppo pesante, e si trasforma in piccoli pezzi di ghiaccio, è meglio entrare in un negozio e comprare della scarpe adatte all'occasione.
A conferma di ciò - l'altro giorno - in un negozietto milanese di sneakers very very cool , ho incontrato niente popò di meno che Karl Lagerfeld (o per lo meno ci somigliava parecchio); creatore indipendente che collabora con diverse case di moda, tra cui Chloé, Fendi e Chanel. L'uomo, nel 1980, ha fondato inoltre la sua etichetta, chiamata giustappunto Lagerfeld, che lancia profumi e linee di vestiti.
A dire il vero, non so esattamente che scarpe avesse lo stilista, non ho fatto molto caso; i mocassini blue elettrico erano quelli di Lapo Elkann, che lo accompagnava. Entrambi han pensato bene - data l'improvvisa avversità delle condizioni climatiche - di comprare un paio di scarpette per evitare di arrivare a casa con i piedi mollicci e bagnati.
Scritto Dopo: erano pure un sacco simpatici!!

sabato 15 marzo 2008

maledetta voglia..

Dovrei continuare la storiella pubblicata nei mesi precedenti: mi chiedono come andrà a finire. Diciamo che non l'ho ancora deciso, ho il blocco, o poca voglia; non cambia tantissimo in termini di risultato prodotto.
Nel frattempo lui rimane sui gradini dell'entrata del bar a fissare la gente che passa.
Anche io.


ho senso del'humor, ergo sum

Sul poster del Soccorso Rosso militante, pubblicato sul finire degli anni '60 e fedelmente ristampato dalla Libreria Anomalia un po di tempo fa, compare la scritta "Sarà una risata che vi seppellirà"; sullo sfondo l'arrestio di un sorridente anarchico parigino ad opera di due guardie.
Tralasciando il discorso sulla scelte del pay-off, che farebbe invidia a molte campagne pubblicitarie odierne, frutto delle più avanzate ricerche di Marketing; è divertente immaginare come la risata - espressione sincera del lito vivere - sia ancora oggi un efficace strumento di "lotta politica".
Certo, l'affissione è stata abbondantemente superata dalla forza dell'immagine catodica, ma il sorriso resta sempre l'elemento fondamentale: se è vero che più di cent'anni addietro era l'espressione del congedo involontario ma dignitoso dalla scena politica attiva, oggi è l'esatto contrario.
I fatti di questi giorni lo dimostrano e del resto è ormai risaputo ridere fa beme ala salute.

lunedì 10 marzo 2008

make love no war (but in public gardens only)

Riporto fedelmente dal Corriere:

AMSTERDAM (OLANDA) - Si potrà fare sesso senza problemi, anche di giorno, ma guai a fumarsi una sigaretta dopo il rapporto e a gettare il mozzicone per terra: allora potrebbe arrivare una salatissima multa. Una bozza di regolamento messa a punto dagli esperti della polizia olandese - che dovrebbe entrare in vigore dopo l'estate - parla chiaro: appartarsi in un giardino pubblico e lasciarsi andare a libere effusioni, dal petting al rapporto sessuale completo, d'ora in poi non dovrà più essere considerato un comportamento perseguibile, almeno in Olanda. (qui il resto)


Già immagino.
Il sole si spegne pian piano, scegliendo un posto dove passare la notte. Altrettanto fanno - tutti ignudi e accaldati - i fautori del sesso libero, mentre il gendarme in divisa passeggia impotente.
Povero guardone, dovrà adeguarsi alle nuove regole. Dietro un cespuglio?
Impossibile, potrebbe incappare in un grovigio di corpi; passando così dall'essere spia a spiato.
Dietro un albero secolare?
Ancora corpi, diversa posizione, ma pur sempre tali.
Oltre la siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude?
Niente da fare: sovrumani silenzi, e profondissima quiete non ci sono più.
Forse anche lui spera in una sorta di condono della catogoria; nel frattempo il povero gendarme continua a vagare cercando mozziconi di sigarette da allegare come prova del reato.


Photo: Adamo ed Eva (1538).
Lucas Cranach il Maggiore (1472-1553). Tavola a olio.
©Malcove Collection, University of Toronto

mercoledì 27 febbraio 2008

nidaba style

Ho schiacciato un paio di volte il pulsante di plastica col monte di venere sporco di birra, e qualcosa di gelatinoso è caduto nel palmo della mia mano destra; spostata la leva sopra al rubinetto con l'altra, ho lascito che l'acqua gelida portasse via la schiuma che avvolgeva le mie dita arrossate.
Dove andrà a finire quello sputo d'acqua e sapone che scivola giù nel profondo oblio? Sembra si aggrappi alle pareti per non cadervi dentro, rallenta la sua corsa verso l'ignoto prolungando così l'agonia immeritata di una fine crudele, ma il suo destino è segnato dalla fisica, e questo basta a decidere il corso degli eventi.
Alzata la testa, non uno specchio mi confortava del mio essere vivo, lì tra quelle mattonelle pastello, ma lo sguardo fisso e patinato di Gane Taylor seduto al pianoforte: mi dava appuntamento per lunedì dieci marzo - corrente anno - in quella bettola di luci e musica. Non gli ho dato retta, perchè ero troppo impegnato a tenere le mani sotto il getto d'aria calda che proveniva della grata del bocchettone sulla parete. Semba cosa facile, ma quelle minuscole foto-cellule che comandano l'aggeggio, sono fedeli quanto puttane dei vicoli bui: non appena ti allontani cercano altrove il motivo del loro essere. Almeno loro ci guadagnao qualcosa, risultando a volte anche simpatiche. Oltre la porta - dall'altro metro quadro di legno e adesivi - si sentivano le corde tese della chiattra di Jeffrey Foucault vibrare sotto colpi severi; la sua voce porfonda cantava con cadenza folck e la Gibson del suo compare faceva il resto.
Veramente bravi, di sicuro per i miei gusti.
Lui - il cantante - giocava con i fili di una chitarra acustica praticamente andata, la cui cassa si colorava di tonalità diverse, dal terra di siena bruciata al bruno Van Dyck; l'altro - con tanto di baffo alla Frank Zappa - di certo si metteva d'impegno, con ottimi risultati.
Tra una canzone e l'altra, breve pausa - modello promenade français - lungo via Gola, respirando un pò di aria densa e incandescente ad intervalli eccessivamente regolari, quasi puntuali; tutt'intorno residui di lotte partigiane, volanti e lampeggianti.

Poi ancora dentro, giusto in tempo per l'ultimo intervallo musicale.

domenica 17 febbraio 2008

ricordate Jimmy? Quattro.

Solitamente finisco di lavorare intorno alle 19.00, a volte ritardo un pò quando devo fare il giro di perlustrazione del piano per controllare se tutte le finestre sono chiuse, o peggio ancora, per vedere se ci sono libri lasciati fuori posto.
Divento così il secondino di una prigione disabitata, dove le celle sono aperte e i carcerati a far festa da qualche altra parte.
Svuotata di tutte le persone, la biblioteca sembra diversa; quasi un altro luogo, meno dispersiva, meno insignificante: è come se - solo allora - diventasse custode del sapere altrui, della voglia perenne dell’uomo di capire, di chiedersi: “perché?”.
Quelle pareti piene di libri, avvolte dalla luce spenta della sera che cala a scandire la fine del giorno, regalano allo stabile silenzioso un'aria diversa: è quasi come essere in una chiesa quando è ancora da poco mattino, quando quel crocifisso in lontananza, basta da solo a dare significato a quello spazio che profuma d’incenso. I puntini luminosi delle candele elettriche fanno il resto, e i fedeli sono ancora troppo assonnati per ricordare di esserlo.

Oggi ho finito il mio turno di lavoro praticamente alle 19.20 e sono andato direttamente dal baffo.
C’era già molta gente che consumava, alcune facce note, altri semplici passeggeri che si fermano giusto il tempo di un gin-tonic e poi vanno via, mescolandosi tra le altre persone che affollano la strada.
Ne ho vista di gente in questo corridoio impregnato di sincopi e risate.
Una volta, seduta al tavolo di fronte alla cassa, c’era una ragazza all’incirca ventenne, con un vestito rosso acceso che le scendeva aderente lungo tutto il corpo, per poi allargarsi di poco sotto le ginocchia, e un paio di ballerine con la punta consumata dello stesso colore. Continuava a sfregarle, l’una contro l’altra, lasciando cadere per terra gli ultimi lembi di belle rossa che a stento resistevano ancora sulla punta delle scarpe.
Aveva dei capelli neri come la pece, tagliati come quelli delle ballerine di charleston degli anni venti, una bocca con larghe labbra carnose su un viso bianchissimo - quasi trasparente - accentuate da un rossetto che sembrava sporcarle di sangue: risaltavano come fossero incollate.
Indossava dei guanti neri su cui il pizzo disegnava riccioli e intrecci: tessevano una rete che le nascondeva le braccia quasi fino al gomito; poi ancora squarci di candida pelle fino alle spalle.
Era sola.
Le faceva compagnia un bicchiere di vetro, sui cui il rossetto aveva perso parte del suo colore, e che ruotava tra le sue mani di pizzo mentre sul fondo continuava a mescolarsi ciò che era avanzato dal sorso precedente: non fissava nient’altro che il movimento vorticoso di quel bicchiere, sempre lì pronto a frantumarsi sul piano di plastica color marmo del tavolino.
Aspettava qualcuno, di tanto in tanto cercava di intrufolarsi con lo sguardo tra coloro che in piedi parlavano sugli scalini subito fuori il bar; allungava il collo come per vedere oltre, fin sulla strada: credo avesse ingannato l’attesa ordinando diverse consumazioni, a giudicare dal luccichio di quegli occhi che si perdevano in un bicchiere ormai vuoto.
Quel qualcuno arrivò dopo 10 minuti, un’altra ragazza - castana - con decine di collane colorate che le pendevano dal collo: la ragazza col rossetto le saltò praticamente addosso, incurante di quanti cercarono di evitare le sue braccia spalancate.
L’abbracciò ridendo forte, così da coprire la melodia che proveniva dagli amplificatori e il mormorio di quanti erano in quella strettoia.
Si strinsero per un paio di minuti intrecciando i loro corpi esili, che si piegavano sotto la spinta di quelle braccia avvinghiate come una morsa intorno al collo: si baciarono, si accarezzarono, si guardarono negli occhi, e poi ancora baci; crearono il vuoto intorno a loro, evitate da chi era appoggiato al bancone, come dai chi era in bilico sugli sgabelli.
A loro non interessava, si bastavano, e niente poteva infastidire quella condivisione momentanea di piacere: sembrava volessero consumarsi a vicenda, avide di quella voglia di incontrarsi che si era mostrata così spavalda, quasi volgare.
Pochi giorni prima di quell’incontro, fui rapito dai racconti di un barbone senza barba, che disse di chiamarsi Jimmy “il vagabondo”. Mi mostrò le foto di sua madre, quelle in cui lui era - petto gonfio - vicino alla sua lambretta, quelle della squadra di calcio in cui giocava: quelle immagini ingiallite lasciavano trasparire un passato forse diverso, una famiglia agiata, di cui era rampollo. Mi disse che era stato in america, che aveva ascoltato la musica migliore, che aveva portato al baffo dei cd introvabili in Italia.
Mi disse anche perché aveva l’occhio tumefatto: l’avevano picchiato due poliziotti perché era ubriaco, ma lui non provava rancore perchè di mele marce c’è ne dovunque, con la divisa o senza. Mi disse che sapeva chi aveva sparato a Kennedy, che Che Guevara era un traditore figlio di puttana, e che un giorno se fossi ripassato da quelle parti mi avrebbe raccontato tutta la storia.

martedì 12 febbraio 2008

grafite e politica

Quando non ho da scrivere, disegno.
Questa in basso, una delle ultime vignette.



se proprio avete voglia di leggerlo, vi consiglio di porcedere con ordine: questo è il n° 3

Chi dovesse, per sbaglio accidentale, rileggere il post e notare alcune variazioni su tema precedente, deve sapere che mi son accorto in ritardo di aver pubblicato una vecchia versione della storiella. Come dice il mio ex-capo: "mai tenere la penultima versione dello file, vicina a quella definitiva!!!"
Ragione c'è né (come direbbe invece Carlo).

Solitamente le giornate scorrono tranquille, tanta gente seduta a leggere sommersa dal silenzio altrui.
Alcuni fanno finta.
Li riconosco facilmente, ne ho visti tanti: si aggirano fra gli scaffali facendo finta di cercare un titolo che hanno in mente, poi - dopo aver passeggiato avanti e indietro per circa dieci minuti – indicano un libro (praticamente a caso) sullo scaffale che hanno ignorato poco prima. È il più grosso,con la copertina rigida, sfogliano le prime pagine, cercano un paragrafo sull’indice generale e assumono l’espressione di chi ha trovato quello che cercava: poveri stolti!
Vorrei sapere perché lo fanno, chi pensano possa giudicarli se non hanno mai letto un libro e soprattutto se non hanno voglia di farlo, se credono che sfogliare le pagine stanche di un libro usato sia tempo perso. Finché stanno lì, calati nel personaggio che interpretano, a me non interessa: li osservo divertito, cerco di scorgerne di nuovi, di riconoscerli e di vedere quante volte tornano nell’arco di un mese a far fina di essere chi non sono. Solitamente sono signori sulla quarantina, a volte anche ragazzi poco più che ventenni.
C’è anche altra tipologia umana.
I vecchi, o gli anziani che dir si voglia.

Hanno l’aria di chi ha passato la propria vita non spendendo invano il tempo che gli è stato donato; se dovessi trovare un aggettivo per descriverli direi: "puliti".
Con la pelle di un rosa pastello che si accende giusto sulle guancie piegate dal tempo, calmi nei movimenti, pazienti, siedono da soli - e sembrano soli anche quando sono in mezzo ad altra gente – non malinconici o rassegnati, semplicemente consapevoli di quello che stanno facendo in quel momento: leggono per il piacere di farlo.
Non penso sia una questione generazionale, di valori che un tempo c’erano e ora non più; non si tratta del solito discorso della gioventù nichilista contro la vecchia guardia che si è fatto da sé, semplicemente c’è chi ha voglia e chi no.

La voglia non ha età, può rimanere latente per anni e poi uscire allo scoperto per qualcosa che non si è mai voluto fare, può svanire dopo essere stata una fedele compagna di vita, può tradirti come la peggiore delle donne che si incontrano per strada, può essere amante e moglie al tempo stesso.

A volte mi chiamano dal piano inferiore, dove si trova l’ufficio della direzione della biblioteca, vogliono che vada a ritirare le ultime copie dei periodici che gli editori hanno inviato: una vera seccatura. Penso che mi chiamino solo perché essendo l’ultimo arrivato mi considerano una sorta di matricola alla quale è dovuto un periodo di rodaggio da pare degli anziani, e quindi toccano a me i lavori più faticosi. Ogni fine settimana quando il corriere espresso consegna puntuale le copie incelofanate dei giornali, mi fingo assente ed evito di rispondere al telefono: si accumulano così i pacchi nella guardiola dell’usciere finché, mosso a compassione, mi rendo reperibile e lo libero dall’ingombrane mole di scatoloni.
Fino a quel momento svanisco dal piano, mi faccio ectoplasma di me stesso; causando principi di ulcera al mio superiore, nonché mio daore di lavoro.
Quando scendo in guardiola, mosso da una compassione vigliacca, ma pur sempre cortese, mi muovo con passo felpato cercando di non produrre suoni alcuni che possano destare il can che dorme; e se il cane ha la cravatta è anche peggio. Cerco solo di evitare una sua sicura ramanzina: non perché risenta in qualche modo della sua superiorità gerarchica, o delle fauci bagnate di rabbia che da questa ne conseguono; quanto perchè non riuscirei a rimanere impalato con una finta espressione da cane bastonato e supplichevole, di fronte ad un tizio che mi sbraita contro ad una distanza inferiore ai venti centimetri.
Perderei invano quei minuti, che potrei invece impiegare in maniera molto più salutare stando dietro al banco ad osservare chi legge e chi no.
Due settimane fa, i pacchi in guardiola erano cosi tanti che il povero usciere si è trovato costretto a lavorare - per un paio di giorni - al di fuori di essa, accampandosi dall’altro lato del corridoio dietro ad una scrivania improvvisata.

domenica 10 febbraio 2008

due (il numero dopo l'uno)

Mi son fermato al tabacchi sotto casa a comprare due pacchetti di quella merda legata in tubetti di cui ormai non posso fare a meno, e poi giù fino all’angolo della strada, accompagnato ancora dalle lacrime di un cielo imbronciato
Si poteva toccare con mano il nervosismo di quelle formiche metalliche che si evitavano l’un l’altra, tutte speranzose di trovare un pertugio d’asfalto che le liberasse dalla calca tutt’intorno: un affondo al pedale e l’altro alla tromba, così di seguito ad intervalli regolari. I più temerari, in bici, si muovevano veloci tra le lamiere sudate in cunicoli angusti; avvolti dai fumi prodotti dalle macchine che li affiancavano, condividendo la stessa loro sorte.
Ho dato un’occhiata all’orologio, e visto che ero alquanto in anticipo rispetto ai miei piani - accesa una sigaretta - ho fatto una breve sosta al bar che ultimamente mi canta la ninna nanna prima di andare a dormire. Praticamente un corridoio, con un bancone sulla sinistra e dei tavolini con annessi sgabelli sulla destra.
Un bar come tanti, e per queto come nessuno: niente luci al neon, nessuna pubblicità dell’ultimo energy-drink alla moda che ti scolpisce i pettorali e ti cura la calvizie aiutandoti , nel mentre, a mantenere la tua naturale regolarità; solo tante foto incorniciate di vecchie glorie del jazz, che fanno da arredo appese alla parete dietro ai tavolini.
Ho chiesto un caffè al tizio dietro al bancone, che dopo avermi fatto un cenno di saluto si è voltato verso la macchina dell’espresso a smanettare: ho bevuto il caffè con tutta calma, gustando fino all’ultima goccia sul fondo della tazzina di ceramica; era il secondo della giornata, ma almeno questo era tendenzialmente edulcorato.
Ho saldato il conto e sono uscito dal bar, accendendo un’altra sigaretta, che si sarebbe consumata di lì a poco, giusto il tempo di voltare l’angolo, per poi proseguire giù per la strada fino a raggiungere la biblioteca.

Avevo trovato quel lavoro quasi per caso, in un altro fottutissimo giorno di pioggia: ero solito rintanarmi per qualche ora tra tutti quei libri a sfogliare sempre le stesse vecchie pagine di giornale.

Mi rilassava, le conoscevo ormai alla perfezione, ma provavo un insano piacere nel cercare vecchie notizie che sapevo perfettamente in che colonna fossero stampate. Un giorno un tizio sulla quarantina, che avevo già notato più volte tra quei banchi si avvicina e mi fa:
ti piacciono quelle pagine, le prendi sempre, non vorresti leggere qualcos’altro? Sai quante vecchie copie di quotidiani ci sono qui dentro?”
Gli risposi senza alzare lo sguardo: “troppe”
Forse. Potrai anche contarle se ti va di lavorare qui dentro?”
Alzai lo sguardo: “Scusi?”
Ti sto offrendo un lavoro nel reparto quotidiani e periodici
“Perché?”
Ho bisogno di qualcuno che sia presene in quel reparto, ultimamente è molto frequentato
“Non mi interessa, comunque grazie”
Mi rispose: “Come vuoi, io te l’ho detto. Se ci ripensi sono lì, dietro allo scaffale della letteratura contemporanea” e andò via.
Rimasi a leggere un’altra mezz’ora, anche se non ne avevo più tanta voglia, e tornai a casa.
Non saprei dire il perché, ma tornai il giorno dopo e dissi al tizio che mi aveva parlato: “Ok, accetto!”. Iniziai a lavorare la settimana successiva, non mi pesava.
Almeno la voglia in quel caso non mi era venuta meno dopo i primi tempi, come invece accadeva per tutte le altre cose che in passato avevo iniziato e poi lasciato sempre a metà.

Sono appena entrato nella biblioteca, salutando con un cenno del capo il vecchio usciere di cui credo non ricorderò mai il nome: non che mi sia mai sforzato di chiederglielo; tanto meno a qualcuno con cui magari ho maggiore confidenza. Ho fatto le scale velocemente fino a raggiungere l’atrio attraverso il quale si accade al secondo piano, oltrepassato il breve corridoio che conduce al reparto "quotidiani e periodici", ho sollevato la lingua di legno che unisce i due banconi e ci son passato dietro.
Eccomi a lavoro: praticamente a far nulla.
Sarà per questo che ho ancora voglia di farlo.
photo: Brubeck Institute