martedì 10 marzo 2009
ripensamenti
lunedì 9 marzo 2009
giovedì 31 luglio 2008
chi non muore...
giovedì 22 maggio 2008
il meglio di
lunedì 5 maggio 2008
GB
Je n'avais jamais ôté mon chapeau
Devant personne
Maintenant je rampe et je fait le beau
Quand ell' me sonne
J'étais chien méchant, ell' me fait manger
Dans sa menotte
J'avais des dents d'loup, je les ai changées
Pour des quenottes
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui ferm' les yeux quand on la couche
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui fait Maman quand on la touche
J'était dur à cuire, ell' m'a converti
La fine bouche
Et je suis tombé tout chaud, tout rôti
Contre sa bouche
Qui a des dents de lait quand elle sourit
Quand elle chante
Et des dents de loup quand elle est furie
Qu'elle est méchante
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui ferm' les yeux quand on la couche
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui fait Maman quand on la touche
Je subis sa loi, je file tout doux
Sous son empire
Bien qu'ell' soit jalouse au-delà de tout
Et même pire
Un' jolie pervenche qui m'avait paru
Plus jolie qu'elle
Un' jolie pervenche un jour en mourut
A coup d'ombrelle
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui ferm' les yeux quand on la couche
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui fait Maman quand on la touche
Tous les somnambules, tous les mages m'ont
Dit sans malice
Qu'en ses bras en croix, je subirais mon
Dernier supplice
Il en est de pir's il en est d'meilleures
Mais à tout prendre
Qu'on se pende ici, qu'on se pende ailleurs
S'il faut se pendre
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui ferm' les yeux quand on la couche
Je m'suis fait tout p'tit devant un' poupée
Qui fait Maman quand on la touche
Notte
sabato 3 maggio 2008
avanti il prossimo
l'ultimo viaggio
Dopo sarebbe inevitabilmente tutto cambiato: nuovi colori, nuovi oggetti, nuovi suoni; e tanta voglia di viaggiare da soli o in compagnia.
venerdì 2 maggio 2008
mayday
Quanta gente in questa via di negozi e palazzi invecchiati: alcuni passeggiano, altri ballano, pochi guardano indispettiti; è un paesaggio di volti e bandiere che si mescolano ad ogni singolo soffio di vento. Tutti in strada a rendere omaggio al lavoro che ci nobilita, sotto un sole benevolo che riscalda i corpi accalcati dietro i carri sonori.
Sono bassi che si liberano nell'aria e suoni che coprono le voci metalliche di quanti aizzano la folla attravero un megafono. A quelli che ballano poco importa, c'è altro da fare: c'è la musica da sentire e le braccia da muovere, c'è l'amico da sorreggere e la fidanzata da baciare, c'è il cane che scappa e la cartina da leccare.
Ci sono anche i bambini sui carri addobbati a festa, loro che giocano vicino alle casse che tremano non pensano che la festa è di quelli che lavorano, ed è giusto così, perchè per loro c'è tempo.
Nel mentre continua il Dj a mettere musica, perchè non c'è cerimonia che si rispetti senza accompagnameto musicale: ogni carro ha il suo predicatore, ogni predicatore la sua chiesa di fedeli che rispondonde alzando le mani.
Chissà se San Precario guarda dall'alto dei cielo questa massa di devoti che invoca il suo aiuto con balli tribali, o se si gode anche lui un meritato giorno di riposo dopo un anno di fatiche sotto padrone.
photo: Valentino Scatigna
martedì 29 aprile 2008
appunti brevi
domenica 27 aprile 2008
osservo e scrivo
Aspettando un autobus che avrebbe dovuto riportarmi sulla retta via dopo una nottata movimentata, mi son fermato involontariamente ad osservare due anziani signori che chiacchieravano poco distanti da me; niente di particolare: amici di vecchia data che si rivedevano per caso fortuito a distanza di molto tempo. sabato 26 aprile 2008
chi fa da sè fa per tre
Ho fatto un pò di zapping in TV giusto per tenere allenata la mente, cosi da non scordare come funziona l'arnese che parla da solo.giovedì 24 aprile 2008
vi spiego...
Dopo aver finito di pubblicare la storiella del nostro amico bibliotecario senza arte ne parte, spendo un po di tempo per rispondere ad una domanda che - più e più volte - mi è stata fatta da alcuni affezionati lettori (?!?).A dire il vero un paio dovrebbero già essere noti alle cronache, l'altro magari meno.
All'estrema destra, per chi come voi guarda il monitor, c'è il faccione in bianco e nero di Henry Charles Bukowski Jr. (detto Hank) (Andernach, 16 agosto 1920 – San Pedro, 9 marzo 1994). Per ua breve nota bibliografica, approfittando di Wikipedia, vi consiglio di leggere qui. Vi consiglio peraltro di leggere tutto quello che vi capita fra le mani del vecchio porco (so benissimo che non si offenderà per questo), sempre che vi piaccia il genere di chi ama grattarsi le ascelle (anche questo non credo che lo imbarazzerà).
Al centro, nascosta da una lambretta grigia e qualcos'altro di non meglio identificato, c'è la faccia incazzata di Spider Jerusalem, personaggio protagonista di un'imperdibile storia a fumetti con i testi di Warren Ellis e i disegni Darick Robertson.
Anche in questo caso il sonno mi porta a delegare ad altri un dovuto approfondimento in materia, e troverete quanto vi serve esattamente qui e qui.
Notte
mercoledì 23 aprile 2008
finalmente cinque
Ce ne son tanti altri, più colorati, più grandi, probabilmente con un miglior assortimento di liquidi e clienti, e sicuramnete saranno strabordandi di umani anche quelli; ma qui - in questo rettangolo di faccie consumate - sembra che tutti vogliano passarci se pure per qualche secondo.
Preferisco allora stare sui gradini appena fuori l’entrata ad osservare chi passa per la strada; mi piace immaginare chi sono tutte quelle persone anonime, immaginare dove stanno andando e perché.
Inizio a fantasticare sulla vita di quella gente - mentre bevo il liquore al mirto che ondeggia nel bicchiere opaco - costruendogli attorno una storia di cui solo io conosco principio e fine: quasi mi sostituisco a loro, come se fossi io a ridere e fare battute in compagnia. Non appena scompaiono dalla mia visuale perchè troppo lontani cerco un altro gruppo, qualcun’antro con l’aria felice che parla con voce alta e tono spensierato: vorrei derubarli della loro voglia di esserci, fare mia la loro vita mentre do fuoco all’ennesima sigaretta.
Dopo l’ultimo sorso mi faccio spazio tra la gente che affolla il bar e vado a saldare il conto.
Sono rientrato a casa verso le 2.00, mi sono buttato sul letto con ancora indosso gli abiti con cui sono andato a lavoro, forse ho bevuto troppo, ma non sto male, solo la testa sembra essere più leggera del solito. Infondo è una sensazione piacevole che tiene compagnia in una casa praticamente vuota su cui è calato il buio. Non riesco ad addormentarmi subito, cosi la mia mente continua a viaggiare passando in rassegna tutti quei volti che ho visto in strada: dove saranno in questo momento? Sento ancora le loro voci spavalde dalla finestra.
venerdì 28 marzo 2008
privato mezzo avvocato (dicono...)
sabato 22 marzo 2008
natale con i tuoi, pasqua pure
venerdì 21 marzo 2008
giurin giuretto
Che bella la campagna elettorale: mi mancava!! Attendevo con ansia un secondo "contratto con gli italiani", speravo che si ripetesse in qualche modo la performance del salvatore in doppio petto.
E allora eccolo su tutti i giornali:
Il leader Pdl garantisce il varo di un'alternativa alla vendita ad Air France.
(Corriere della Sera)
Il Cavaliere insiste"Mi impegnerò io"La Moratti preme:salvare Malpensa
Questa volta il nostro Superman ha fatto tanto di giurin giuretto, e spera - come in ogni storia di super eroi che si rispetti - che una folla festante pai al 51 % di quella votante, lo ripaghi per la sua generosità.
Qualora non dovesse succedere, non importa, tanto quando si fa del bene si che come va a finire.
martedì 18 marzo 2008
incontri ravvicinati di qualche tipo
sabato 15 marzo 2008
maledetta voglia..
ho senso del'humor, ergo sum
Sul poster del Soccorso Rosso militante, pubblicato sul finire degli anni '60 e fedelmente ristampato dalla Libreria Anomalia un po di tempo fa, compare la scritta "Sarà una risata che vi seppellirà"; sullo sfondo l'arrestio di un sorridente anarchico parigino ad opera di due guardie. lunedì 10 marzo 2008
make love no war (but in public gardens only)
Riporto fedelmente dal Corriere:Ancora corpi, diversa posizione, ma pur sempre tali.
Oltre la siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude?
Niente da fare: sovrumani silenzi, e profondissima quiete non ci sono più.
Forse anche lui spera in una sorta di condono della catogoria; nel frattempo il povero gendarme continua a vagare cercando mozziconi di sigarette da allegare come prova del reato.
mercoledì 27 febbraio 2008
nidaba style
Ho schiacciato un paio di volte il pulsante di plastica col monte di venere sporco di birra, e qualcosa di gelatinoso è caduto nel palmo della mia mano destra; spostata la leva sopra al rubinetto con l'altra, ho lascito che l'acqua gelida portasse via la schiuma che avvolgeva le mie dita arrossate.Alzata la testa, non uno specchio mi confortava del mio essere vivo, lì tra quelle mattonelle pastello, ma lo sguardo fisso e patinato di Gane Taylor seduto al pianoforte: mi dava appuntamento per lunedì dieci marzo - corrente anno - in quella bettola di luci e musica. Non gli ho dato retta, perchè ero troppo impegnato a tenere le mani sotto il getto d'aria calda che proveniva della grata del bocchettone sulla parete. Semba cosa facile, ma quelle minuscole foto-cellule che comandano l'aggeggio, sono fedeli quanto puttane dei vicoli bui: non appena ti allontani cercano altrove il motivo del loro essere. Almeno loro ci guadagnao qualcosa, risultando a volte anche simpatiche. Oltre la
porta - dall'altro metro quadro di legno e adesivi - si sentivano le corde tese della chiattra di Jeffrey Foucault vibrare sotto colpi severi; la sua voce porfonda cantava con cadenza folck e la Gibson del suo compare faceva il resto. domenica 17 febbraio 2008
ricordate Jimmy? Quattro.
Oggi ho finito il mio turno di lavoro praticamente alle 19.20 e sono andato direttamente dal baffo.
C’era già molta gente che consumava, alcune facce note, altri semplici passeggeri che si fermano giusto il tempo di un gin-tonic e poi vanno via, mescolandosi tra le altre persone che affollano la strada.
Ne ho vista di gente in questo corridoio impregnato di sincopi e risate.
Una volta, seduta al tavolo di fronte alla cassa, c’era una ragazza all’incirca ventenne, con un vestito rosso acceso che le scendeva aderente lungo tutto il corpo, per poi allargarsi di poco sotto le ginocchia, e un paio di ballerine con la punta consumata dello stesso colore. Continuava a sfregarle, l’una contro l’altra, lasciando cadere per terra gli ultimi lembi di belle rossa che a stento resistevano ancora sulla punta delle scarpe.
Aveva dei capelli neri come la pece, tagliati come quelli delle ballerine di charleston degli anni venti, una bocca con larghe labbra carnose su un viso bianchissimo - quasi trasparente - accentuate da un rossetto che sembrava sporcarle di sangue: risaltavano come fossero incollate.
Indossava dei guanti neri su cui il pizzo disegnava riccioli e intrecci: tessevano una rete che le nascondeva le braccia quasi fino al gomito; poi ancora squarci di candida pelle fino alle spalle.
Era sola.
Le faceva compagnia un bicchiere di vetro, sui cui il rossetto aveva perso parte del suo colore, e che ruotava tra le sue mani di pizzo mentre sul fondo continuava a mescolarsi ciò che era avanzato dal sorso precedente: non fissava nient’altro che il movimento vorticoso di quel bicchiere, sempre lì pronto a frantumarsi sul piano di plastica color marmo del tavolino.
Aspettava qualcuno, di tanto in tanto cercava di intrufolarsi con lo sguardo tra coloro che in piedi parlavano sugli scalini subito fuori il bar; allungava il collo come per vedere oltre, fin sulla strada: credo avesse ingannato l’attesa ordinando diverse consumazioni, a giudicare dal luccichio di quegli occhi che si perdevano in un bicchiere ormai vuoto.
Quel qualcuno arrivò dopo 10 minuti, un’altra ragazza - castana - con decine di collane colorate che le pendevano dal collo: la ragazza col rossetto le saltò praticamente addosso, incurante di quanti cercarono di evitare le sue braccia spalancate.
L’abbracciò ridendo forte, così da coprire la melodia che proveniva dagli amplificatori e il mormorio di quanti erano in quella strettoia.
Si strinsero per un paio di minuti intrecciando i loro corpi esili, che si piegavano sotto la spinta di quelle braccia avvinghiate come una morsa intorno al collo: si baciarono, si accarezzarono, si guardarono negli occhi, e poi ancora baci; crearono il vuoto intorno a loro, evitate da chi era appoggiato al bancone, come dai chi era in bilico sugli sgabelli.
A loro non interessava, si bastavano, e niente poteva infastidire quella condivisione momentanea di piacere: sembrava volessero consumarsi a vicenda, avide di quella voglia di incontrarsi che si era mostrata così spavalda, quasi volgare.
Pochi giorni prima di quell’incontro, fui rapito dai racconti di un barbone senza barba, che disse di chiamarsi Jimmy “il vagabondo”. Mi mostrò le foto di sua madre, quelle in cui lui era - petto gonfio - vicino alla sua lambretta, quelle della squadra di calcio in cui giocava: quelle immagini ingiallite lasciavano trasparire un passato forse diverso, una famiglia agiata, di cui era rampollo. Mi disse che era stato in america, che aveva ascoltato la musica migliore, che aveva portato al baffo dei cd introvabili in Italia.
martedì 12 febbraio 2008
se proprio avete voglia di leggerlo, vi consiglio di porcedere con ordine: questo è il n° 3
Vorrei sapere perché lo fanno, chi pensano possa giudicarli se non hanno mai letto un libro e soprattutto se non hanno voglia di farlo, se credono che sfogliare le pagine stanche di un libro usato sia tempo perso. Finché stanno lì, calati nel personaggio che interpretano, a me non interessa: li osservo divertito, cerco di scorgerne di nuovi, di riconoscerli e di vedere quante volte tornano nell’arco di un mese a far fina di essere chi non sono. Solitamente sono signori sulla quarantina, a volte anche ragazzi poco più che ventenni.
C’è anche altra tipologia umana.
I vecchi, o gli anziani che dir si voglia.
Non penso sia una questione generazionale, di valori che un tempo c’erano e ora non più; non si tratta del solito discorso della gioventù nichilista contro la vecchia guardia che si è fatto da sé, semplicemente c’è chi ha voglia e chi no.
A volte mi chiamano dal piano inferiore, dove si trova l’ufficio della direzione della biblioteca, vogliono che vada a ritirare le ultime copie dei periodici che gli editori hanno inviato: una vera seccatura. Penso che mi chiamino solo perché essendo l’ultimo arrivato mi considerano una sorta di matricola alla quale è dovuto un periodo di rodaggio da pare degli anziani, e quindi toccano a me i lavori più faticosi. Ogni fine settimana quando il corriere espresso consegna puntuale le copie incelofanate dei giornali, mi fingo assente ed evito di rispondere al telefono: si accumulano così i pacchi nella guardiola dell’usciere finché, mosso a compassione, mi rendo reperibile e lo libero dall’ingombrane mole di scatoloni.
Due settimane fa, i pacchi in guardiola erano cosi tanti che il povero usciere si è trovato costretto a lavorare - per un paio di giorni - al di fuori di essa, accampandosi dall’altro lato del corridoio dietro ad una scrivania improvvisata.
domenica 10 febbraio 2008
due (il numero dopo l'uno)
Mi son fermato al tabacchi sotto casa a comprare due pacchetti di quella merda legata in tubetti di cui ormai non posso fare a meno, e poi giù fino all’angolo della strada, accompagnato ancora dalle lacrime di un cielo imbronciatoSi poteva toccare con mano il nervosismo di quelle formiche metalliche che si evitavano l’un l’altra, tutte speranzose di trovare un pertugio d’asfalto che le liberasse dalla calca tutt’intorno: un affondo al pedale e l’altro alla tromba, così di seguito ad intervalli regolari. I più temerari, in bici, si muovevano veloci tra le lamiere sudate in cunicoli angusti; avvolti dai fumi prodotti dalle macchine che li affiancavano, condividendo la stessa loro sorte.
Ho dato un’occhiata all’orologio, e visto che ero alquanto in anticipo rispetto ai miei piani - accesa una sigaretta - ho fatto una breve sosta al bar che ultimamente mi canta la ninna nanna prima di andare a dormire. Praticamente un corridoio, con un bancone sulla sinistra e dei tavolini con annessi sgabelli sulla destra.
Un bar come tanti, e per queto come nessuno: niente luci al neon, nessuna pubblicità dell’ultimo energy-drink alla moda che ti scolpisce i pettorali e ti cura la calvizie aiutandoti , nel mentre, a mantenere la tua naturale regolarità; solo tante foto incorniciate di vecchie glorie del jazz, che fanno da arredo appese alla parete dietro ai tavolini.
Ho chiesto un caffè al tizio dietro al bancone, che dopo avermi fatto un cenno di saluto si è voltato verso la macchina dell’espresso a smanettare: ho bevuto il caffè con tutta calma, gustando fino all’ultima goccia sul fondo della tazzina di ceramica; era il secondo della giornata, ma almeno questo era tendenzialmente edulcorato.
Ho saldato il conto e sono uscito dal bar, accendendo un’altra sigaretta, che si sarebbe consumata di lì a poco, giusto il tempo di voltare l’angolo, per poi proseguire giù per la strada fino a raggiungere la biblioteca.
Avevo trovato quel lavoro quasi per caso, in un altro fottutissimo giorno di pioggia: ero solito rintanarmi per qualche ora tra tutti quei libri a sfogliare sempre le stesse vecchie pagine di giornale.
“ti piacciono quelle pagine, le prendi sempre, non vorresti leggere qualcos’altro? Sai quante vecchie copie di quotidiani ci sono qui dentro?”
Gli risposi senza alzare lo sguardo: “troppe”
“Forse. Potrai anche contarle se ti va di lavorare qui dentro?”
Alzai lo sguardo: “Scusi?”
“Ti sto offrendo un lavoro nel reparto quotidiani e periodici”
“Perché?”
“Ho bisogno di qualcuno che sia presene in quel reparto, ultimamente è molto frequentato”
“Non mi interessa, comunque grazie”
Mi rispose: “Come vuoi, io te l’ho detto. Se ci ripensi sono lì, dietro allo scaffale della letteratura contemporanea” e andò via.
Rimasi a leggere un’altra mezz’ora, anche se non ne avevo più tanta voglia, e tornai a casa.
Non saprei dire il perché, ma tornai il giorno dopo e dissi al tizio che mi aveva parlato: “Ok, accetto!”. Iniziai a lavorare la settimana successiva, non mi pesava.
Almeno la voglia in quel caso non mi era venuta meno dopo i primi tempi, come invece accadeva per tutte le altre cose che in passato avevo iniziato e poi lasciato sempre a metà.
Sono appena entrato nella biblioteca, salutando con un cenno del capo il vecchio usciere di cui credo non ricorderò mai il nome: non che mi sia mai sforzato di chiederglielo; tanto meno a qualcuno con cui magari ho maggiore confidenza. Ho fatto le scale velocemente fino a raggiungere l’atrio attraverso il quale si accade al secondo piano, oltrepassato il breve corridoio che conduce al reparto "quotidiani e periodici", ho sollevato la lingua di legno che unisce i due banconi e ci son passato dietro.
Eccomi a lavoro: praticamente a far nulla.
Sarà per questo che ho ancora voglia di farlo.





